Metro
- LinesOff

- Nov 3, 2020
- 2 min read
Metro, immobilismo.

C'è una donna qui alla stazione che guarda le vite degli altri scorrerle intorno.
È lì, su quella panchina di pietra fredda, con quel cane sporco che ha sempre in
bocca le bottiglie di plastica, lo sguardo buono, il pelo infeltrito, l'esperienza di un anziano in movenze da cucciolo. È grassa, molto grassa e direi anche molto
trasandata, sporca, probabilmente puzzolente ma sorride.
È lì tutte le mattine quando vado all'università, in quella stazione squallida che è il suo universo, la culla della sua vita e sembra non volere altro.
Spesso l'ho vista insieme ad un uomo pelato, malmesso e magro, e insieme ascoltano la musica uscire da delle piccole casse che sembrano una fonte infinita di gioia.
Ridono assieme, parlano poco, perlopiù si guardano e ridono, forse un po' si amano anche.
Ho paura di continuare a vederli ogni mattina della mia vita, mentre vado all'università. Di fare la mia vita, andare a lezione, farmi una cultura, laurearmi. E trovarli sempre lì, sulla stessa panchina fredda.
C'era una donna quando ero piccola che chiedeva l'elemosina all'incrocio che da
San Filippo Neri si apre su Monte Mario. Era giovane, mi sembrava bella e tremendamente malinconica. L'ho incontrata centinaia di volte: tutte le volte che insieme ai miei genitori mi sono fermata a quel semaforo, lei era lì, con lo stesso cartello e la stessa espressione rassegnata sul volto.
Mia madre un giorno ci parlò e questa cosa mi fece impressione. Mi sembrava di penetrare un'esistenza troppo diversa dalla mia, avevo paura di essere contaminata da quella disperazione, da quella vita impregnata di tristezza.
Un giorno semplicemente non l'abbiamo più vista. E sembrerà strano, ma per molto tempo quel semaforo mi è sembrato vuoto, senza di lei. Ogni tanto quando ci passo davanti mi sembra ancora di vederla comparire dietro al finestrino, una figura piccola e discreta ma quanto mai angosciante.
Sono in metro e un signore è seduto davanti a me, nelle panchine arancioni di fronte. Ha una giacca scura, un maglione a righe legato al collo, jeans, mocassini marroni e lo sguardo curioso di un bambino.
Gli occhiali dalla montatura rossa inquadrano occhi vispi e attenti, da cui traspare un po' di impercettibile follia. Ha una busta bianca posata sulle gambe e la tiene stretta al petto come se fosse la cosa più cara del mondo, come se la dovesse proteggere da tutto e tutti. Dalla busta spuntano tre pupazzetti morbidi a forma di topo. Due marroni e uno grigio. Ne tira fuori uno per un secondo e lo tiene tra le mani. Intanto si guarda attorno, guardingo. Gli dice qualcosa e poi lo ripone, la testolina fuori dall'incarto a guardarlo.
Ogni tanto guarda i topini, ne tira un po' più fuori uno, lo contempla teneramente e poi lo custodisce, amorevole. È una scena dolce.
Il papà dei topini di peluche è un uomo buono di sicuro.
Ho appena alzato lo sguardo e l'uomo è sparito. Mi dispiace non averlo visto andare via. Forse lo avrei capito meglio.
E.



Comments