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Storia di una periferia

  • Writer: LinesOff
    LinesOff
  • Nov 3, 2020
  • 4 min read




"Le periferie godono di una bellezza per la quale non sono state costruite: sono state fatte senza affetto, quasi con disprezzo. Eppure c’è una bellezza che riesce a spuntare fuori, fatta certo di persone ma anche di luce, orizzonti, natura e tanto spazio." - Renzo Piano -


Tempo fa ero da Tevere. Chi studia Architettura a RomaTre sa bene di cosa parlo. È un piccolo bar che negli anni è diventato una specie di istituzione, ed è impossibile decidere di andare a prendere il caffè in qualsiasi altro posto intorno al Mattatoio dopo la prima volta che ci metti piede.


Con alcune amiche parlavamo di cosa significhi per noi Roma.

- "Quali ricordi, quale vissuto ti evoca questa parola?"

Mi sono fermata, e ci ho pensato:

-"Ad essere sincera non lo so."

Passo rapidamente in rassegna i ricordi che ho legati alla mia città, e mi accorgo che non ho un legame affettivo con Roma: è come se non la sentissi davvero mia.

Se penso a Roma mi viene in mente la culla della civiltà, i monumenti, le statue, le viuzze pittoresche del centro; scorci insomma che mi hanno visto girare come una turista, i miei piedi attraversarli senza la confidenza di un popolano che conosce ogni passo delle sue strade.

Mi sono chiesta perché fossi l’unica a mancare di un senso di appartenenza che trascendesse dal più comune e vago patriottismo, che fosse più personale e intimo, che parlasse di familiarità.


Perché mi sento un’estranea, un’ospite intimidita, più che una padrona di casa?


Poi ho capito.

Marina è di San Giovanni, Costanza è di Prati, Acqua, che a Roma ci è finita per studiare, abita a Testaccio, nel cuore autentico della romanità più fiera. Sono quartieri che hanno un’anima, una loro storia, e che esistono a prescindere da chi li vive. Sono spazi complessi, che sono cambiati nel tempo per accogliere nuove esigenze pur conservando la loro essenza.

Io sono nata a Via dei Giornalisti, a Monte Mario, e a cinque anni sono finita ad Ottavia, una località che non mi sento di definire quartiere, ma piuttosto un luogo di passaggio tra altri luoghi.


Ottavia: non è un quartiere, come ho già detto. Potrei descriverla come un concentrato di abitazioni, come un brandello di periferia piuttosto anonimo, senza il carattere dei sobborghi cattivi delle serie tv, senza il sapore un po' romantico dei quartieri popolari, senza la sostenuta diffidenza delle zone residenziali con le villette a schiera.


Ottavia non è un quartiere perché manca di una visione progettuale, di un intento costruttivo carico di idee e significati. Manca quindi di un proposito, di una forma, consta di inesistenti spazi per la socializzazione, lo scambio, l’incontro. È un agglomerato ibrido e storto che è nato un po' per volta, perché qualcuno si è fermato mentre andava da un posto all’altro e ha costruito una casa. Sarebbe bello se fossimo in campagna: allora una storia architettonica del genere darebbe vita ad un villaggio, ad un bucolico incanto. Qui intorno però abbiamo il raccordo anulare, e il parco dell’Insugherata è un polmone verde che però non è stato valorizzato a dovere dalla comunità che vive disordinatamente i suoi dintorni, e quindi è come se non ci fosse.

Non esistono luoghi di ritrovo qui intorno, non ci sono giardini per bambini fatti come si deve, non ci sta una libreria, non ci sta una biblioteca, e questo è quello che finora è mancato a me.


Ragiono sulla differenza tra città e periferia. Dove inizia il confine invisibile in cui la città diventa periferia?

Mi viene in mente questa immagine: un contenitore privo del proprio contenuto perde motivo di esistere, a meno che non sia talmente bello da trasformarsi in un oggetto da contemplare, un soprammobile ad esempio: lo stesso succede con la città e le periferie.


La città sopravvivrebbe intatta alla fine dei tempi: se noi scomparissimo, lei resterebbe lì, immutata e anzi, resa ancora più maestosa dalla nostra assenza: una meravigliosa scultura da contemplare. La periferia, al contrario, è fatta da chi la vive. La sua essenza coincide con la sua funzione: la periferia esiste per contenere le vite dei propri abitanti. Se questi un giorno la lasciassero sola, di lei resterebbe l’involucro, un grembo freddo e inerme, lo scheletro grigio frutto del disincanto con cui (non) è stata pensata. Anche Ottavia è un contenitore di vite.


Questo però, ha un inaspettato risvolto positivo: le periferie infatti, sono un concentrato di energia vitale e proattiva; la loro potenzialità è insita nella variegata ricchezza culturale e sociale che colora le storie di chi le abita. Nessun altro luogo potrebbe esprimere in modo migliore il fenomeno della globalizzazione, del multiculturalismo e dell’accoglienza.


Sta a noi decidere se rendere questa energia vitale costruttiva o distruttiva, con le nostre azioni, politiche e architettoniche: la mancanza di luoghi in cui potersi esprimere infatti, la farà restare silente oppure la costringerà a perdersi in strade degradanti. Bisognerebbe fornire le periferie di luoghi da vivere, in cui vivere, in cui incontrarsi, condividere, crescere e sognare, senza la fretta di volersene andare o, peggio, il rischio di cadere automaticamente nel banale conformismo che l’assenza di spazio per trovare la propria strada genera.

Regalarle spazi dove trasformare quel contenitore di vite in una fabbrica di sogni.


E.

 
 
 

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© 2020 by Elena Todini and Marina Tonolo

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